La passione di vittorio

Novembre 8, 2025
Posted in Cuori Ovali

VENERDI’ • 

«Nel fine settimana controllo e sistemo tutto ciò con cui andrò a riempire la mia borsa medica e quelle degli altri accompagnatori delle categorie giovanili; preparo dunque, insieme a borracce o barrette energetiche, anche lenti da vista, collirio, pomate, ghiaccio spray, antidolorifici e tutto il necessario per le fasciature o imbottiture varie. Si tratta di amministrare e recapitare una quantità di materiale non indifferente, il cui acquisto, distribuzione ai giocatori e rendicontazione al club, è mia assoluta responsabilità. Desiderando svolgere il mio lavoro nella maniera migliore possibile, il mio modus operandi prevede che io controlli più e più volte durante la settimana e soprattutto il venerdì, di avere tutto il necessario utile per i ragazzi; tale vecchia buona abitudine mi evita così di arrivare al campo impreparato, cosa imperdonabile per un buon accompagnatore e, come nel mio caso specifico, anche massaggiatore. Il mio ruolo all’interno del club dei Falchi prevede infatti che io debba fornire tutto il supporto necessario ai giocatori della senior in vista della partita e un primo soccorso in caso di loro infortunio (insieme al medico sono il primo, nonostante la mia operazione all’anca, a correre ahimè, quando accadono questi dispiaceri); ma non mi limito a questo. Qualcuno mi dice infatti: “Questi rugbisti li coccoli troppo, Vitto! Compri loro i sali minerali da mettere nelle borracce, il tè e prepari addirittura il vin brulè!”. Io rispondo che è anche questo, uno dei miei compiti: coccolare quei ragazzi, i miei ragazzi, proprio come farebbe un buon padre. È il mio modo per dimostrare loro quanto ci tengo. Che gli voglio bene. Ho sempre fatto così, fin da quando nel lontano 2007 ho iniziato la mia avventura nel mondo del rugby divenendo co-fondatore dei Lupi di Canolo, squadra di rugby che militava nei pressi di Correggio — il cui nome si rifaceva ad un’importante signoria locale, la famiglia Lupi appunto —. Questo mi ha permesso, dopo anni di gioventù dedicati all’apprendimento delle arti marziali e alla scoperta delle tecniche di massaggio sportivo e shiatsu, impartitemi dal mio maestro di allora, di entrare nel mondo della palla ovale in qualità di accompagnatore e massaggiatore, affiancando spesso professionisti vari o allenatori del calibro di Silao Leaega. Dopo quell’esperienza, che mi ha inevitabilmente insegnato e lasciato moltissimo e che porto sempre nel cuore, ho scelto infine di dedicarmi al Rugby Carpi. È così dunque, che per il settimo anno consecutivo mi metto di nuovo a disposizione del club bianco-rosso, ancora una volta in maniera del tutto volontaria». 

SABATO  

«Le 24 ore precedenti al calcio d’inizio le vivo sempre con grande apprensione, come se anche io dovessi scendere in campo. L’agitazione ed il nervosismo non riesco proprio a nasconderle e anzi, sono sensazioni che mi porto con me fino alla domenica, giorno in cui poi, come farebbe ogni “primo tifoso” che si rispetti, le esterno tutte fisicamente e direttamente dalla panchina! Motivo per cui i ragazzi dicono sempre che per loro sono il sedicesimo uomo in campo, un appellativo che mi riempie di profondo orgoglio e soddisfazione. Mi dà la sensazione d’essere percepito come un ingranaggio fondamentale di una macchina più grande senza il quale, mi piace pensare, questa funzionerebbe non dico male, ma…diversamente. Quando accade difatti, seppur raramente, di non poter seguire i ragazzi per impegni personali o per motivi di salute — come nel 2019, anno della mia operazione — proprio i medesimi mi hanno confessato che hanno affrontato la partita in maniera differente, rincarando la dose con un: “Vitto, ci manchi!”. Ho sempre risposto che per me è una sofferenza non essere al loro fianco, un patema che inizia dal sabato mattina e che continua per tutta la domenica pomeriggio, trascorsa magari con gli occhi fissi sul telefono aspettando di ricevere una chiamata o un messaggio che mi possa aggiornare sull’andamento o l’esito della partita. Qualcuno mi ha poi confessato che senza di me viene a mancare tutto quell’indispensabile rituale pre-partita che si svolge in spogliatoio prima di scendere in campo, ultima e delicata fase di un processo tuttavia più lungo che, anche per loro, inizia 24 ore prima; c’è chi si guarda un film, chi ripassa le giocate e chi si sprona a vicenda passando ore in chiamata. È tutto un bilanciamento fra scaramanzia, elementi di natura psicologica e fisime personali!; e lo stesso vale per me, che mi ritrovo la sera prima della partita a preparare il mio equipaggiamento contenuto nella mia peculiare ed immancabile cassetta degli attrezzi suddivisa in scompartimenti, a più piani. Terminata anche quest’ultima operazione, pronto ormai per andare a dormire, non riesco comunque a prender sonno tanto facilmente, distratto come sono dai pensieri che mi balenano in testa: “Come posso essermi affezionato così tanto ad un gruppo di ragazzi che incontro praticamente solo una volta a settimana? Forse è perché sono troppo empatico o è il potere dello sport e del rugby in particolare…?”. La soluzione a questo tipo di quesiti ancora non l’ho trovata, so solo che ora, non ne posso più fare a meno». 

DOMENICA  

«Ci siamo. È il grande giorno. Arrivo al campo con il mio furgoncino bianco, scarico tutto il materiale e mi sistemo nel nostro spogliatoio, ancora vuoto, fra le cui mura rimbomba un altissimo silenzio. Cerco di essere sempre in anticipo, così da farmi trovare già pronto dai ragazzi che, eccoli!, varcano l’uscio della porta uno dopo l’altro. Prosegue così il lungo Rito pre-partita: “Vitto io avrei bisogno…Vitto ti ricordi la fasciatura della scorsa domenica? Ecco mi serve un po’ più stretta”, c’è chi si fa massaggiare, chi si sgranocchia la barretta energetica mentre balla con le cuffie indosso, chi si fa scrocchiare la schiena: “Vitto le forbici?! E il nastro isolante?”, chi chiede di farsi fasciare la testa, la spalla, il ginocchio o chi, più semplicemente, scambia due chiacchiere per scaricare la tensione: “Vitto sei un grande, grazie!”. Teatro di tale folcloristica coreografia è il lettino per i massaggi sui quali uno alla volta si alternano i giocatori e su cui talvolta mi siedo quando finisco il trattamento di uno di questi: “Libero!”.  

Mi piace fermarmi ad osservarli. Li guardo con ammirazione e cerco di immedesimarmi in loro, io che il rugby purtroppo l’ho scoperto quando avevo già più di 42 anni – età in cui in Italia secondo il regolamento, non si può più praticare questo sport – io, che provo il loro stesso attaccamento a quella maglia che appunto, non ho mai avuto la fortuna di indossare. Terminato il mio lavoro in spogliatoio, li raggiungo in panchina e mentre attraverso il campo con i miei fidati stivali di gomma, butto un occhio sul tabellone segna punti posizionato a fianco del campo, fra le due panchine. Sorrido. La mia ultima creazione devo dire che è venuta proprio bene! Una struttura di legno multistrato che ho lavorato e verniciato personalmente, l’ennesimo pezzo di cuore donato ai Falchi e a tutti i loro tifosi che adesso, sono costantemente aggiornati sul risultato.  

L’arbitro fischia il calcio d’inizio. Mi siedo in panchina, stanco». 

S’insinuano nella nostra clubhouse gli ultimi freddi raggi di sole d’inizio ottobre, mentre Vittorio, omone bonario dagli occhi di ghiaccio e dalla gioviale presenza, prende fiato. S’aggiusta la peculiare bandana rossa che utilizza come copricapo, poi attende d’essere incalzato con nuove domande. Il suo è un racconto intimo e sincero e di questo gli sono grato. Non è facile trovare persone spontanee e genuine come lui. Voglio porgli un’ultima domanda prima di terminare la nostra densa chiacchierata: «Qual è il ricordo più bello che hai vissuto con il Rugby Carpi?». Non risponde subito. È indeciso. Poi, guardandomi fisso negli occhi, esclama: «Ho tanti bei ricordi qui al Carpi, ma sicuramente la vittoria in trasferta dell’anno scorso per 42-38 contro il Ferrara, è un qualcosa che difficilmente potrò mai dimenticare. Vincere di fronte al chiassoso tifo della Romagna, contro una squadra sulla carta più preparata ed organizzata, è stata una libidine! Ricordo nitidamente che al fischio finale dell’arbitro mi son lasciato andare, esausto, sui sedili della panchina, come se avessi partecipato anch’io a quella battaglia. Vi guardavo gioire; c’era chi saltava vagando per il campo, chi si abbracciava e chi sfinito, crollava a terra dopo 80 minuti di puro sacrificio. In quel momento vi ho voluto bene a tutti, tutti quanti. Io ne voglio sempre tanto, ma in quel momento ne avevo un pochino di più per tutti ed è stato…bellissimo!».  

Ogni altra parola, ogni mio commento, sarebbe di troppo. Non mi resta che sorridere insieme a lui, mentre mi perdo anch’io nei ricordi di quella partita che ho avuto la fortuna di giocare. Prendo il cellulare in mano. Fermo la registrazione. Non appena sollevo lo sguardo dallo schermo mi accorgo che i suoi occhi, vibranti di commozione, luccicano di felice nostalgia. 

 

M.D.R.