DEDIZIONE E SACRIFICIO: IL RUGBY SECONDO ALBERTO

Dicembre 14, 2025
Posted in Cuori Ovali
Dicembre 14, 2025 Manuel Di Rosa

«Finiamo di sistemare la palestra e andiamo Albi!». 

«Tranquilli per oggi ci penso io. È tardi, andate pure coi tecnici». 

Rimasto solo dopo aver salutato i ragazzi sull’uscio della porta, mi metto subito all’opera. Comincio a smontare bilancieri e manubri e a riordinare i tappetini lasciati sparsi un po’ ovunque, mentre instancabile, da un angolo della palestra, la piccola radiolina rossa riscalda l’ambiente con la sua voce gracchiante di sottofondo. Se ne percepisce una leggera melodia indistinta e lontana, di cui non riesco a distinguere tuttavia le parole. Cercando di districarmi tra i dischi in ghisa lasciati a terra, mi perdo intanto nei miei pensieri che, travolgenti, si sostituiscono a cascata, uno dopo l’altro, al testo di quell’ignota canzone. «Sono ormai cinque anni che lavoro come preparatore atletico al Rugby Carpi, occupandomi dell’under 16, 18 e della Senior. Il mio compito è quello di organizzare e gestire un piano d’allenamento valido per l’intera stagione sportiva, predisponendo un percorso che viene poi arricchito con la compilazione di schede d’allenamento collettive o, se richieste, di carattere individuale. Il mio obiettivo principale è quello di prevenire dunque gli infortuni ma, qualora essi dovessero presentarsi, garantire anche un’adeguata assistenza volta a gestire traumi semplici – contratture e acciaccature varie – o, nel peggiore dei casi, problematiche più complesse. Rappresento inoltre l’anello di congiunzione fra fisioterapisti e allenatori e, quasi involontariamente, un punto di riferimento per i tanti ragazzi che talvolta hanno bisogno “solo” di un sostegno di tipo psicologico, sopratutto in occasione del ritorno allo sport a seguito di un lungo stop…».  Si interrompe la musica. La stazione radio è così disturbata che ora l’unica cosa che riesco a sentire è quel tipico rumore sordo e graffiante che tali apparecchi emettono quando non funzionano. Appoggio i pesi per terra e provo a cambiare frequenza. Grrr…grrr…Ney…tss… «Neymar regala la salvezza al Santos!» strilla ad un tratto un euforico radiofonista, esaltando la recente impresa portata a termine da quel calciatore brasiliano che, guidato dall’amore verso il club in cui era cresciuto, era riuscito a regalargli la salvezza; il tutto, giocando con una brutta lesione al menisco. Alzo il volume. Quel racconto mi rapisce. Forse, penso, è perchè comprendo perfettamente il sacrificio di quel giocatore; perchè quella stessa volontà di mettersi a disposizione della propria squadra, il forte senso di abnegazione e quell’identico spirito di dedizione, in passato sono stati, seppur in forme diverse, il motore primo della mia carriera sportiva e l’origine delle mie numerose rinunce per amore dello sport, per amore del rugby.  

«Dopo essermi stancato delle arti marziali e su consiglio di mia madre, a 14 anni imbocco la strada della palla ovale; data la mia precoce fisicità, i risultati e le soddisfazioni personali non tardano ad arrivare e con essi, i primi sacrifici. Dopo esser stato convocato dall’accademia del rugby di Parma sono stato costretto infatti a lasciare casa a soli 16 anni e dall’anno successivo a trasferirmi a Colorno, dalla cui squadra di rugby vengo preso in prestito. Continua nel frattempo il mio percorso di livello nazionale in accademia ed è proprio in questi anni che ho la fortuna di indossare la maglia azzurra in ben due amichevoli, contro il Giappone e la Francia. Dopo una finale scudetto e un ulteriore trasferimento all’Amatori Parma durante il quale gioco in serie B per due anni, termino la mia carriera al Rugby Carpi, dove, a seguito di un grave infortunio alla caviglia, sono costretto dopo un paio di stagioni ad interrompere la mia carriera da giocatore.  Ho dedicato tutto me stesso al rugby, sopratutto durante gli anni della mia adolescenza, una delle fasi più delicate della vita. Lontano dalla mia famiglia e dalla mia città natale, dove pure avevo svolto i primi due anni di istituto tecnico, dai 16 ai 22 anni non ho mai avuto davvero degli amici con cui crescere; ho avuto piuttosto, moltissime conoscenze. Certo, qui a Carpi – mia attuale città di residenza – ho ancora oggi delle amicizie che son riuscito a mantenere vive e a coltivare nel corso degli anni, ma è stata dura.  La mia famiglia invece, la vedevo solo nei fine settimana».  

Mi accorgo mentre mi faccio strada fra i miei pensieri, che qualcuno dei ragazzi ha dimenticato un cellulare. Di nuovo. Riconosco lo sbadato dallo sfondo della schermata di blocco e istintivamente, mi cade l’occhio su una notifica: «Buon allenamento amore». Sorrido. «Durante il mio peregrinare adolescenziale io, la morosa, la mia prima morosa – che viveva a Carpi – la vedevo solo il pomeriggio e la sera del sabato. Non eravamo pronti per affrontare tutto questo e, ovviamente, la nostra storia non durò a lungo. La grande difficoltà era rappresentata dalla mia assenza nel rapporto, dettata dai numerosi spostamenti a cui ero costretto, complici gli allenamenti, le partite, la palestra, la nazionale…Anche se nel corso degli anni son riuscito comunque ad instaurare nuove relazioni, queste ebbero sempre vita breve. Non ero un adolescente come gli altri, forse l’avrei anche voluto in certi momenti, ma la realtà era questa. Se davvero avessi desiderato giocare a quelli che erano considerati i massimi livelli per un giovane italiano, allora avrei dovuto accettare tale situazione. Dovevo accettare quella distanza che inevitabilmente mi allontanava dai miei affetti, la stessa che, come il sale, mi impediva di creare radici solide, dei legami duraturi. Ottenuta la patente di guida le cose cambiarono; avevo finalmente la possibilità di spostarmi in autonomia e dunque con maggiore libertà, tant’è che all’anno, da neopatentato, percorrevo la bellezza di circa 30.000km!  Iniziai a prendere l’abitudine di tornare a Carpi non solo per via della fidanzata, ma anche a causa della noia e di quella leggera solitudine che un ragazzo di 18 anni può inevitabilmente provare vivendo da solo. Facevo visita ai miei, oltre che nel weekend, una volta a settimana. Ne avevo bisogno, anche se forse non lo volevo ammettere. Quando poi mi trasferì nella fantomatica casa di via Furlotti a Parma, con altri due miei compagni di squadra, la situazione è drasticamente migliorata.  Quel periodo l’ho considero difatti come uno dei più felici della mia gioventù.  Col trascorrere degli anni comprendo tuttavia, mio malgrado, che non avrei potuto vivere di rugby e, mentre porto a termine il mio percorso di laurea in Scienze Motorie e Sportive all’università di Parma, mi trasferisco a pianta stabile a Carpi dai miei genitori e inizio a lavorare come personal trainer, mestiere che svolgo tutt’oggi». Mentre la radiolina continua a chiacchierare ed io rivivo immagine dopo immagine il fotoromanzo della mia adolescenza, raccolgo da terra l’ultimo paio di manubri. Li appoggio sulla rastrelliera posta al di sotto l’unico specchio della palestra e su questo, alzato lo sguardo, vi rimbalzano i miei occhi. Mi osservo, immobile. Nell’opacità di quel vetro sporco di polvere e sudore, vedo riflettersi non l’Alberto che tutti conoscono, ma quel ragazzo che per vivere un sogno ha dovuto rinunciare a «quel periodo di stupidità adolescenziale, quel giovane che separato da tutti, ha dovuto privarsi della possibilità di costruire amicizie e relazioni stabili, quegli stessi rapporti che, proprio perchè edificati in gioventù, normalmente e ripeto, normalmente, le persone si portano avanti per il resto della loro vita».  

Osservo la mia sagoma del passato notando solo adesso quanto fossi snello, slanciato e molto meno muscoloso! Quanto sono cambiato da allora, dopo tutti quegli allenamenti!  «Durante la mia carriera» rifletto «ho cercato di essere sempre all’altezza delle aspettative, affrontando con passione e animo sereno ogni tipo di rinuncia o sacrificio e proprio questa mia incrollabile dedizione mi ha permesso di vivere esperienze che in pochi hanno avuto la fortuna anche solo di sfiorare; ho lavorato sodo, tanto quanto lo richiedeva giocare ad alto livello e ci ho creduto con tutto me stesso ma, anche se rimango orgoglioso del mio trascorso da giocatore, alla fine questo ha portato ad un ulteriore e definitiva rinuncia, seppur questa volta non fossi io a volerlo. È proprio quando avrei dovuto raccogliere i frutti più preziosi e maturi del mio impegno difatti, negli anni in cui giocavo a Parma, pronto per spiccare il volo dalla serie B alla Serie A, che si interrompe il mio percorso da aspirante professionista: “Pesi troppo poco per giocare in serie A, ci dispiace”».  

Con un cenno del capo saluto l’Alberto del passato e sistemata la palestra, spengo anche la radio. Tac, tac, tac…abbasso gli interruttori delle luci. Attivo l’allarme e chiudo la porta alle mie spalle. Uscendo mi imbatto in un piccolo gruppetto di ragazzi mentre recuperano il materiale per l’allenamento e immediatamente mi sento chiedere: «Oggi il lavoro di atletica sarà pesante Albi?!». «Ovviamente» rispondo con un ghigno.  «Qualcuno pensa che io sia addirittura sadico, che provi piacere nel vedere soffrire i ragazzi mentre cercano di chiudere un giro di pista nel minor tempo possibile, boccheggianti e senza più fiato in corpo; la realtà è che questo Regime del Terrore, come qualcuno lo definisce, non è altro che diretta conseguenza di quella sorta di maschera da brutto sporco e cattivo – citando un vecchio film di Ettore Scola – che mi permette di essere tuttavia il più professionale possibile. Come mi è stato insegnato infatti, quando si è in campo, lo si è per lavorare. Se io pretendo tanto lo faccio per il bene del giocatore, per il bene della squadra e di conseguenza per il bene del Club. Il mio lavoro presuppone ed esige questo tipo di serietà ed io ovviamente, pretendo lo stesso dai miei ragazzi.  Quando ho iniziato a lavorare per questa società poi, fresco fresco di università, ammetto che questa maschera l’ho dovuta indossare un po’ anche per forza di cose. Dovendomi occupare della preparazione atletica della Senior, ho dovuto confrontarmi fin da subito con persone più grandi di me, aventi alcune di esse, quasi il doppio dei miei anni. Dovevo farmi rispettare e l’unico modo per farlo era dunque mantenere questa serietà. Anche nel lavoro dunque, seppur avessi i miei 23 anni circa, mi s’imponeva di comportarmi in un certo modo e l’inconscia volontà oltre che ultima possibilità, di recuperare quegli anni di stupidità adolescenziale, andò via via del tutto svanendo. Nella vita privata ovviamente questa maschera viene messa da parte; sono il primo a partecipare allo scherzo e a volermi divertire, così come sono il primo a dedicare ad esempio una parola d’incoraggiamento e di conforto sopratutto ai ragazzi infortunati, con i quali spesso, proprio perchè in questi momenti tendono a vedere tutto nero, mi rapporto in maniera differente, facendo loro capire che gli sono vicino. Sono duro e severo si, ma proprio come un fratello maggiore, mi reputo comprensivo e premuroso». Mentre mi dirigo verso gli spogliatoi osservo i ragazzi in campo: c’è chi si passa la palla a vicenda e chi, con le mani infreddolite al riparo dentro i pantaloncini, chiacchiera animatamente prima che il coach li richiami all’attenzione. Ne approfitto per restituire il cellulare al proprietario, lo sbadato. PAC! Se lo meritava proprio un bello scappellotto… «Molti di questi giovani, tra cui coloro che hanno iniziato da poco a vestire la maglia della prima squadra, li ho visti crescere davanti ai miei occhi anno dopo anno, sia come giocatori che come persone e, la consapevolezza di aver fatto parte di questa loro crescita e di aver contribuito attivamente alla loro formazione ed educazione, mi rende particolarmente fiero di me stesso e quando ci ripenso, proprio come oggi, mi capita di emozionarmi profondamente. È proprio questa consapevolezza che considero come ciò che di più bello ho vissuto – e vivo tutt’oggi! – qui al Rugby Carpi». 

Arrivo davanti la porta dello spogliatoio all’interno del quale mi verrà fatta l’intervista per il nostro nuovo blog online. Sono un po’ agitato.  Spero di non dilungarmi troppo. 

 

M.D.R.