Allenando l’uguaglianza: il mondo ovale di Ilaria e cecilia

Maggio 19, 2026
Posted in Cuori Ovali
Maggio 19, 2026 Manuel Di Rosa

Le storie, secondo Italo Calvino, «nascono da un numero finito di elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardo di miliardi», intersecandosi fra loro nei modi più disparati. Quest’ultime però, per esistere e divenire realtà, necessitano di un luogo in cui fiorire: la pagina bianca di un libro, un’aula di scuola, un bar o, in certi casi, un campo da rugby. Il seguente racconto, condiviso nei termini di un piccolo pezzo di sceneggiatura quotidiana, ne costituisce una breve testimonianza, articolata come un costante intrecciarsi di eventi, pensieri e di vite.

Suona la sveglia. Nonostante gli occhi ancora chiusi, afferro con violenza quell’oggetto infernale e, il più velocemente possibile, metto a tacere la lunga catena tartassante di BIP BIP BIP. Dovrei esserci abituata dopo quattro anni di liceo, ma la fatica per scivolare via da sotto le lenzuola è sempre tanta, troppa… Dopo aver fatto colazione ed aver finito di preparare lo zaino, esco di casa, pronta per affrontare la giornata. Tutto, almeno in apparenza, sembra uguale ad ogni altro giorno della settimana e sarebbe così se non fosse che oggi, come mi ricorda anche mamma, «é il grande giorno!».

Ilaria. «Domenica a casa mia è sinonimo di rugby, essendo questo il giorno della settimana in cui mio padre e mio fratello, da che ne ho memoria, sono sempre stati impegnati a giocare, allenare o a godersi una partita in televisione e talvolta allo stadio. Per me il rugby rappresenta dunque la normalità e credo che fosse inevitabile che mi ci affezionassi e iniziassi ad apprezzarlo. Il fatto che io pratichi atletica leggera non significa che non possa intuirne i valori, capirne le regole o riconoscerne la bellezza; influenzata poi, chiaramente, dal contesto familiare, ho vissuto l’avvicinarmi a questo sport come una cosa naturalissima e istintiva, tanto che l’anno scorso ho addirittura maturato il desiderio di diventare allenatrice. E ci tengo a sottolineare che tale proposta, per ironia della sorte, è tutta farina del mio sacco. Sono stata io per prima a volerlo e in seguito, mio padre, presidente del Rugby Carpi, mi ha dato fiducia».

Trilla intanto, in una casa non molto lontana da questa, una seconda sveglia…

Spantofolando per casa con ancora in corpo i residui del torpore notturno, faccio colazione, mi sistemo e mi vesto. Senza nemmeno accorgermene sto già scendendo le scale, il fischietto in una mano e la sacca dei palloni da rugby nell’altra. Salgo in macchina. Sistemo lo specchietto retrovisore e metto in moto. Ha inizio così, tutta di fretta, la mia particolare giornata.

Cecilia. «Ho svolto il ruolo di educatrice per circa dieci anni, nel corso dei quali ho affiancato in particolar modo bambini e ragazzi con disabilità presso scuole primarie e secondarie di primo grado; sono inoltre istruttrice di nuoto – oltre che bagnino – e lavoro, infine, da tre anni come responsabile dei campigioco partecipando alle attività del Muoviti Muoviti del CSI, di cui gestisco anche il personale dei progetti scolastici nelle scuole di Carpi e Soliera. Prima della mia esperienza da allenatrice qui al Rugby Carpi, iniziata a fine ottobre 2025, le mie conoscenze in merito al mondo della palla ovale erano pochissime; conoscevo solamente le regole principali, grazie al percorso universitario di Scienze Motorie e Sportive in cui mi sono appena laureata. L’avvicinamento a tale realtà è avvenuto dunque un po’ per caso, soprattutto grazie a Luca Bracci – l’attuale preparatore delle categorie del mini – che mi ha condotto qui in un momento della mia vita in cui sentivo il bisogno di cambiare, di dare una svolta alla mia vita».

Procede nel frattempo, come di consueto, la mattinata di Ilaria, scandita dal suono della campanella che annuncia il cambio d’ora. Le parole dei professori si confondono con i pensieri degli studenti, fra cui c’è chi, più distratto di altri, rivolge lo sguardo fuori dalla finestra.

Ilaria. «All’inizio non è stato facile, mi sentivo fuori luogo. Ero consapevole di non essere la persona più esperta o qualificata per svolgere il lavoro che mi era stato assegnato e proprio per questo avevo paura che qualcuno avrebbe potuto giudicarmi. Temevo che le persone, o peggio gli stessi genitori dei bambini che avrei allenato, pensassero che io stessi ricoprendo quel ruolo solo perché sono la figlia del presidente. Per rispondere alle eventuali critiche dunque – che comunque non mi sono mai state fatte – mi sono messa subito a studiare i tecnicismi del rugby, ottenendo il prima possibile tutte le qualifiche necessarie. In questo percorso è stato fondamentale anche l’aiuto dei miei colleghi, che mi hanno agevolata nell’inserimento in questo ambiente e dai quali, grazie alla loro maggiore esperienza, ho appreso come farmi ascoltare e come poter essere sempre d’aiuto e utile ai bambini».

Snodandosi fra le palestre scolastiche, Cecilia è nel frattempo impegnata ad insegnare rugby – ulteriore mansione che svolge per la società biancorossa – a classi di ragazzi scalmanati e competitivi. Sembra che per loro, il sonno, sia ormai solo un lontano ricordo…

Cecilia. «Fin dal primo giorno ho percepito la necessità di imparare, di cercare di non rimanere indietro e per farlo, mi mettevo a “studiare” l’approccio degli altri allenatori, i loro metodi o gli esercizi che creavano, cercando di fare tesoro di tutto quello che reputassi utile e interessante. L’obiettivo finale? Ottenere il patentino da allenatrice. Questo mi avrebbe permesso infatti di acquisire un’autorità maggiore anche agli occhi dei genitori o dei miei stessi colleghi e inoltre, era fondamentale per insegnare rugby a scuola in qualità di esperta esterna. Di grande aiuto poi, è stata la mia continua ricerca di un sempre più alto livello di pazienza e la maturazione della capacità di comunicare coi bambini in modo efficace; due competenze utilissime nella gestione di gruppi molto eterogenei o talvolta complessi».

Prima che inizi la lezione di Cecilia, qualcuno dei ragazzi, incuriosito, chiede ad un compagno: «Ma ci insegna rugby una ragazza?!».

Cecilia. «É difficile abbattere i pregiudizi, soprattutto in certi contesti o ambienti come quelli rappresentati da sport fisici o di contatto come il rugby che, in maniera un po’ superficiale forse, vengono considerati appunto attività da…maschiaccio. Secondo quanto ho vissuto nel corso della mia esperienza tuttavia, posso affermare con certezza che siano stati fatti tanti passi in avanti in merito; io, ad esempio, non ho mai ricevuto trattamenti diversi rispetto ai miei colleghi allenatori e anzi, sono sempre stata considerata inter pares da tutti. Che ci siano delle differenze poi fra una figura maschile e femminile è ovvio, e non perché queste siano dettate dal sesso, ma piuttosto dalla natura individuale e singola di ogni soggetto, inteso come essere umano. Voglio dire, siamo tutti diversi. Caratterialmente, fisicamente o culturalmente. Proprio per questo dunque, poiché la diversità è parte integrante e fondante della nostra società, l’affermazione di una donna nel mondo del rugby, così come dovrebbe accadere in qualsiasi altro ambiente, deve dipendere unicamente dal suo impegno e dalla quantità di dedizione che ci mette nel raggiungere i propri obiettivi e non da eventuali preconcetti che ne minerebbero un’eventuale ascesa lavorativa. In un mondo difficile dunque, in cui nessuno ti regala niente e in cui possono esistere questi pregiudizi, siamo tenute ad accettare le sfide che ci si presentano davanti e affrontarle con coraggio e consapevolezza, dimostrando di avere tutte le carte in regola per farci rispettare».

Suona la campanella. Al termine delle lezioni della giornata si riversa in strada l’affamato frettoloso ampio mare di ragazzi che, sgomitando, si dirige così verso casa. Si distingue, da lontano, fra la fiumana di studenti, lo zaino di Ilaria. Le amiche le chiedono se è contenta della scelta che ha fatto…

Ilaria. «Non mi è mai piaciuto lasciare le cose a metà. Quando ho deciso di intraprendere questo percorso avevo già in mente di finire l’anno; solo così avrei potuto toccare con mano i frutti del mio lavoro e valutare allora quanto formativa sarebbe stata la mia esperienza. Tant’è che ad oggi, impegni futuri permettendo, la mia idea è quella di continuare ad allenare. Tanto la parte difficile, quella del rompere il ghiaccio, l’ho superata! All’inizio infatti – come anticipavo prima – mi intimoriva parecchio la consapevolezza di non avere quel bagaglio di conoscenze che aveva ad esempio, il mio collega Riccardo. Percepivo inoltre che i bambini gli prestassero maggior ascolto e, ovviamente, questo mi rendeva le cose difficili. Col passare del tempo però, ho capito che si trattava anche di questioni innate, istintive o, credo, biologiche. Mentre in campo il vero protagonista era Riccardo difatti, con i suoi insegnamenti, io mi ritrovavo spesso a svolgere un altro tipo di attività, più empatiche o delicate, come confortarli, accompagnarli o recuperarli direttamente dai genitori, stare con loro in spogliatoio, aiutarli a cambiarsi…Insomma, venivo considerata quasi come una seconda mamma. Ho notato quindi che delle differenze, fra un allenatore e un’allenatrice, sopratutto quando si tratta di bambini così piccoli come quelli dell’under 8, esistono. L’importante è riconoscerle e in questo senso venirsi incontro, compensandosi e aiutandosi a vicenda. Non c’è nulla di male. Questo non vuol dire comunque che mi sarei potuta permettere di non colmare le mie lacune inerenti i vari tecnicismi o le numerose regole del rugby, perchè se delle differenze, di tipo appunto più naturale, fra uomo e donna – fra educatore ed educatrice – ci sono, ed è normale che ci siano, queste non devono esistere però laddove si parli di conoscenze, impegno e competenze. Bisogna sempre dimostrare di essere all’altezza, uomo o donna che sia, anche se in un determinato momento o contesto e per una serie di motivi come quelli appena elencati, non viene richiesta la tal regola o gesto tecnico dello sport in questione. Perchè il mondo del lavoro e più in generale la vita, funzionano in questo modo. Rispetto a ieri i passi fatti in avanti sono tanti certo, ma ci tengo a sottolineare che dal mio punto di vista il risultato di questo progresso non è ancora sufficiente, sia nel mondo dello sport in generale che in quello più particolare del rugby, essendo entrambi vittime ancora di antichissimi stereotipi, legati non solo all’essere donna ma più genericamente al mondo dello sport femminile; concezioni che in un qualche modo si riversano anche su altri aspetti come quello inerente l’affermazione e le possibilità di carriera degli stessi allenatori. Il nome di chi allena la nazionale italiana maschile di rugby lo conosciamo tutti ad esempio, ma quello della nazionale femminile invece…?».

Quanti compiti per domani e quante pagine da studiare per l’interrogazione della prossima settimana! «Da oggi devo organizzarmi meglio…» riflette Ilaria, alle prese con i consueti esercizi assegnati per casa. Tra poco meno di un’ora, se non vuole essere in ritardo, dovrà iniziare a prepararsi per andare al campo. Anche per Cecilia, alle prese con i ragazzi del CSI, si avvicina un improrogabile impegno pomeridiano.

18:30. Riccardo e Ilaria sono già pronti in campo a fornire direttive ai piccoli ed entusiasti rugbisti. Prima di iniziare con la seduta d’allenamento però, vengono interrotti dall’improvviso arrivo in campo del presidente, seguito da una persona che i due giovani non conoscono, ma che ben presto si presenterà come la loro nuova collega: «Ciao, piacere, sono Cecilia!».

Cecilia e Ilaria. «Lavorativamente parlando, almeno in questo settore, siamo cresciute praticamente insieme perchè bene o male partivamo entrambe dalle basi ed è stato bello potersi sostenersi a vicenda fin dal primo giorno. Non era scontato trovare un’amica in un contesto a prevalenza maschile! Durante il corso della stagione abbiamo avuto modo di trascorrere tante domeniche da sole, dal momento che Riccardo era impegnato con le sue di partite – essendo anche un giocatore -, e questo ci ha permesso di assumerci fin da subito la responsabilità dei bambini e delle loro prestazioni in campo, cosa che ci ha fatto crescere in fretta, stimolandoci continuamente a superare quegli ostacoli che inizialmente sembravano insormontabili. Piano piano ci siamo prese così le nostre soddisfazioni, alimentate anche dai primi risultati guadagnati dai nostri Falchetti. Non dimenticheremo mai a tal proposito, la prima vittoria di un torneo dei nostri bimbi, la loro incontenibile felicità e il nostro orgoglio nel vederci circondate da tutti quei piccoli sorrisi affettuosi; ce l’avevamo fatta. Anche noi, al di là dei muri e dei pregiudizi, potevamo essere allenatrici di rugby».

Calvino: «Le nostre vicende, imprevedibili come le traiettorie di una palla ovale, si sono talmente intrecciate che non so più se la mia storia sia la mia o quella di un altro, o se siamo tutti un’unica storia che si scrive da sola».

 

M.D.R.