La postazione del terzo tempo che noi genitori del Rugby Carpi avevamo predisposto in occasione di quel tanto atteso torneo primaverile, aveva ricevuto numerosi complimenti da persone provenienti da tutta Italia, le quali, percorrendo l’arido campo su cui era stato permesso ai diversi partecipanti di banchettare, si fermavano curiosi ad osservare l’allestimento che la nostra industriale organizzazione aveva prodotto; un’oasi di tre gazebo che proiettavano un’estesa striscia d’ombra lungo la quale si snodava una fitta serie di tavoli, imbanditi con le più soddisfacenti prelibatezze che la cucina emiliana può offrire. Ognuno aveva cucinato difatti una specifica pietanza che veniva poi offerta alle altre famiglie dei Falchi durante il nostro consueto terzo tempo, pranzo spartiacque in quell’occasione specifica, fra le partite della mattina e del pomeriggio. Eravamo felici e sereni, non solo perché avevamo mangiato più di quanto i nostri organismi potessero sostenere, ma anche perché tutti insieme stavamo vivendo una bellissima domenica all’insegna della convivialità, dell’amicizia e del nostro amato sport; tuttavia, soggiogati dall’euforia di quel momento, non c’eravamo accorti intanto che le scorte del nostro pranzo trimalcionico, che pure inizialmente parevano essere infinite, stavano per terminare. E la fine, nostra e del cibo, è giunta ben presto. Panico. Pietrificati e sconsolati da quell’evento che non credevamo potesse mai affliggerci, ci siamo abbandonati, le braccia penzoloni, sulle sedie poste attorno i diversi tavoli, divenuti intanto spogli mausolei tutti briciole e cartacce. Era necessario trovare al più presto una soluzione ed io, Mazzi, addetto ai terzi tempo per conto del Rugby Carpi, ero l’unico che potesse affrontare tale spinosa questione e, nonostante fossi ancora illanguidito dalla forte calura della controra, cercando disperatamente di prendere subito la situazione in mano, m’ero diretto di corsa verso la mia borsa frigo e dopo averne controllato l’interno… «Cosa vuoi fare Gianfranco?!». Mia moglie, ancora visibilmente scossa, mi chiedeva delucidazioni.
«Andrò a cercare da mangiare negli altri stand qui intorno!».
«E come farai a…?».
«Tranquilla, ho un piano».
«Và dunque e riempi questa borsa frigo!».
Varcato il confine segnato dall’ombra disegnata sull’erba dai nostri gazebo, si apriva così di fronte ai miei occhi l’ampio spazio verde occupato dalle numerose postazioni sparse su di esso, attorno le quali brulicavano genitori e accompagnatori. Fra questi, indaffarati e facilmente riconoscibili per il loro rimbalzare da tutte le parti come trottole e con indosso t-shirts con su scritto staff, si distinguevano gli organizzatori del grande torneo a cui stavamo partecipando, tutti volontari.
«In passato anche io sono stato un accompagnatore-volontario e, nonostante adesso faccia parte della cerchia dirigenziale della Nostra società, per un paio di anni ho messo gratuitamente a disposizione le mie conoscenze apprese durante gli studi di scuola alberghiera e le competenze poi maturate durante le numerose esperienze avute nel mondo della ristorazione. Da lì in avanti appunto, il Club avendo notato il mio impegno e sopratutto la mia passione in ambito culinario, mi ha proposto di svolgere la mansione di organizzatore dei terzi tempo in nome dei Falchi. Senza pensarci un attimo, ho accettato più che volentieri. Ad oggi l’attività che svolgo è molto più gestionale che pratica, tant’è che sono poche le volte in cui insomma indosso il grembiule e mi apposto dietro il barbecue, seppur inizialmente abbia intrapreso il mio percorso nel Rugby Carpi proprio in qualità di mastro grigliatore! Ammetto che tale ruolo mi piacerebbe ricoprirlo più spesso, anche perché preparare da mangiare per i ragazzi – che siano essi avversari o meno – e soddisfare così il loro appetito, mi permette di stare in mezzo alla gente e a coloro che ormai posso definire come amici, cosa che mi ha sempre procurato inoltre un grande senso di appagamento e contentezza, sopratutto quando ricevo i loro complimenti! Mi renderebbe molto felice dunque, avere la libertà di tornare a titolo fisso dietro i vecchi ferri del mestiere e conto perciò, di farlo al più presto! È proprio questo stare insieme che mi affascina: la capacità quasi istintiva delle persone di raggrupparsi anche se non ci si conosce, anche se non si gioca per gli stessi colori! Ho avuto modo di notare inoltre, io che vivo questo momento in particolar modo con occhi puramente organizzativi, come esso richiami l’importanza del gioco di squadra anche fuori dal campo. Per organizzare un terzo tempo infatti, ci vogliono molte persone e uno dei miei compiti è proprio quello di raccogliere, tramite l’aiuto dei referenti di ogni categoria, le adesioni dei volontari che andranno a costituire il team di lavoro che si occuperà di tale attività nel weekend; senza quest’ultimi dunque, che dedicano il loro tempo al prossimo, si rimarrebbe a digiuno! Parallelamente, devo occuparmi anche di tutto ciò che concerne la questione spesa; dopo essermi messo in contatto con le varie attività commerciali da cui compriamo il cibo, devo poi anche recarmi in loco per finalizzarne l’acquisto, cosa che spesso mi fa saltare la mia pausa pranzo a lavoro…
“Ma tu sei matto, sprechi il tuo tempo libero così?!” è una delle domande che più mi son sentito ripetere negli ultimi undici anni, per non parlare di quanti mi hanno chiesto poi, sbalorditi, come tutto ciò non possa essere stancante; quando me lo fanno notare rispondo sempre che, anche se una mia giornata lavorativa media – sono co-proprietario di una tipografia a S.Croce – mi porta via circa dieci ore al giorno e, conciliare la mia vita privata con la mansione che svolgo per il Club, è estremamente complesso, farlo mi diverte. E anche tanto. Non nascondo che certe domeniche, la sera, arrivo a casa sfinito, ma finché tutto questo mi divertirà io continuerò a mettermi a disposizione dei Falchi con impegno e sempre col sorriso stampato sul volto; perché sono dell’idea, come diceva Confucio, che se scegli il lavoro che ami, non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita».
Scorrazzavano intanto i bambini, passando sotto ai tavoli e alle gambe dei genitori, mentre si rincorrevano o rotolavano a terra, passandosi la palla o giocando a far la lotta; c’era poi anche chi s’era assopito fra le braccia dei propri genitori con gli scarpini ancora indosso e la boccuccia ancora tutta sporca per via del pasto appena concluso, chi chiacchierava coi propri compagni, chi cantava, ballava o chi, particolarmente simpatico, si raccontava delle barzellette. Molti di questi poi, la manina tenuta stretta a quella di un allenatore o accompagnatore, uscivano dal quartier generale del terzo tempo, la clubhouse, alla quale nel frattempo, camminando ormai da cinque minuti buoni, mi ero avvicinato; come di consueto, proprio qui dalla società che aveva istituito il torneo, era stato offerto il pranzo agli atleti e ai loro allenatori. Gli stand e i gazebo allestiti da noi genitori erano una cosa in più infatti, fuori dalla responsabilità degli organizzatori dell’evento in questione.
«Ogni Club rugbistico possiede una clubhouse, ovvero il luogo in cui normalmente si riversano i giocatori di entrambe le squadre per mangiare, post-partita, ciò che viene offerto dalla società ospitante. Le clubhouse più attrezzate possono fungere anche da semplice luogo di svago dove bere qualcosa insieme ai propri amici, guardare una partita sul maxischermo o ancora, organizzare riunioni, generici meeting, attività di team-building e perché no, un dj-set! La nostra clubhouse è ancora piccina certo, però negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti giganteschi in questo senso; quando io ho iniziato l’attività di volontario, ad esempio, cucinavamo spesso all’aperto utilizzando dei foconi bassi, pentoloni usurati e pinze e griglie ormai…attempate! Quest’ultime inoltre erano mie personali: le caricavo in macchina prima di ogni partita e una volta giunto al campo, estratte con fierezza dal bagagliaio, le mettevo a completa disposizione del nostro Club. In seguito ci siamo evoluti ed oggi, anche se a volte lo diamo per scontato, grazie in particolar modo al lavoro di presidente, volontari e giocatori della prima squadra, possiamo vantare di possedere una vera cucina, con fornelli, bollitore, piastre per panini, friggitrice, griglie professionali e ovviamente, macchine per la spillatura della birra! Si tratta di traguardi concreti, rappresentazione materiale della nostra dedizione e passione; nessuno ci ha mai regalato nulla e credo che ricordarlo ogni tanto, da dove siamo partiti intendo, possa farci apprezzare meglio e più intensamente ciò che siamo riusciti a guadagnare dopo tanti anni di sacrificio. Il mio sogno sarebbe quello di veder sorgere un giorno, fra i nostri cancelli, una clubhouse molto più grande dell’odierna, una struttura che possa funzionare anche mentre l’impianto sportivo è chiuso al pubblico, un locale che insomma sia allo stesso tempo parte integrante della Società ma anche indipendente, frequentabile come qualsiasi pub, bar o ristorante; e mi piacerebbe che, con la mia esperienza pregressa, la mia passione e l’amore che provo per questo lavoro, potessi prenderla in gestione io stesso. Ho così tante idee e speranze in merito che, mi vengono i lacrimoni anche solo al pensiero…».
Non potevo tornare a mani vuote, eppure ancora non avevo trovato nessuno che mi potesse aiutare. Decido comunque di non demordere e proseguo verso uno degli ultimi stand che mi mancava da visitare; chi vi risiedeva parlava con un accento toscano. In atteggiamento festivo e allegro, mi accolgono chiedendomi come potessero essermi utile. Indicando la mezza porchetta abbandonata lì sul tavolo, dico sorridendo che quella poteva essermi utile e spiego loro la situazione in cui mi trovavo. «E tu cosa puoi offrirci?». Mi osservavano con occhi pieni di sospetto. Appoggio la borsa frigo sul loro tavolone. Era arrivato il momento di mettere in pratica il mio piano; lentamente, estraggo dalla borsa cinque bottiglie del miglior Lambrusco delle nostre zone e le appoggio, una ad una, sul tavolo. Dopo un lungo silenzio, sorridono allo spuntare della quinta bottiglia.
«E’ il tuo giorno fortunato sai? Abbiamo mangiato troppo e siamo tutti sazi, ma stavamo ragionando proprio poco fa che c’è tornata una certa sete…accettiamo lo scambio!»
Risalito tutto il campo trasportando quella mezza porchetta come fosse un prezioso tesoro trovato alla fine dell’arcobaleno, giungo finalmente, trafelato, ai tre bianchi gazebo da cui ero partito. C’è chi si complimenta, chi afferma che sono “il numero uno!”, chi mi dà pacche sulle spalle e chi ancora, mi guarda, immobile, con un viso stravolto dall’incredulità…
«Quando sei un volontario l’unica cosa che ti permette di andare avanti è proprio l’apprezzamento e il riconoscimento che ti dimostra chi ti sta attorno, sopratutto, aggiungo, quando tali dimostrazioni di affetto provengono dai ragazzi. E a proposito di ragazzi, o meglio, di giovani Falchi, io posso orgogliosamente affermare di averne visti crescere un bel po’, sopratutto i coetanei di mio figlio Francesco! Nel corso dei miei primi anni da volontario-accompagnatore ho avuto modo di star loro accanto in tutte le partite che dovessero giocare, esultando o commuovendomi in base all’esito delle partite e…per qualcuno può sembrare infantile forse, tutto ciò può cambiarti la vita. A me quanto meno, l’ha cambiata. È proprio questo infatti, che mi spinge a fare quello che faccio, tutti i giorni, il sentirmi semplicemente voluto bene, apprezzato e stimato. Ci vuole tanta pazienza a volte certo, per organizzare, gestire o scendere a compromessi, ad esempio durante le riunioni dirigenziali coi colleghi o perché no con gli stessi ragazzi e ammetto dunque che non è sempre tutto così facile, ma finché mi sentirò amato, finché percepirò di essere importante per loro, in qualsiasi modo, ecco che continuerò allora, divertendomi, a svolgere il mio compito con profondo entusiasmo.
Perché questo, è ciò che mi rende davvero felice».
